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Relazione di
apertura tenuta da Quemada nella commissione "Multinazionali e lotta di
classe", campeggio anti-imperialista e per la solidarietà tra i popoli,
Giano dell'Umbria, 22-29 agosto 1999.
PREMESSA
Questa
introduzione ha lo scopo di definire alcuni punti, di entrare nel vivo della
questione che questa commissione avrà il compito di affrontare. I termini
dell'introduzione saranno generali, salvo alcuni esempi particolari necessari
per sostenere con concretezza il discorso.
Sicuramente le analisi che in questa introduzione vengono sviluppate sono
patrimonio di tutti i presenti, tuttavia era necessario un piccolo lavoro di
sintesi iniziale per offrire una base di discussione su cui costruire, insieme,
i termini e gli scopi dell'inchiesta internazionale sulle multinazionali, vero
obiettivo di questa commissione.
LE IMPRESE
MULTINAZIONALI
Di questi tempi,
su stampa, televisione e organi di regime vari si sente un gran parlare di
"globalizzazione", "multinazionali" e "fine degli
stati".
Tre questioni che se non vengono specificate, rischiano di rendere passato,
presente e futuro pressoché incomprensibili.
Non vogliamo, in questo momento, proporre un'analisi approfondita di tutte le
questioni sopraccitate, in questo intervento ci interessa prendere atto e
segnalare la centralità della concentrazione capitalistica perché é oggettiva
la grande influenza, la grande fetta di potere economico e politico che le
società multinazionali esprimono ed ESERCITANO; a tal punto da volere imporre e
sancire anche giuridicamente, attraverso trattati internazionali come l'Accordo
Multilaterale sugli Investimenti (M.A.I.), questa loro supremazia.
Non a caso, alle maggiori imprese multinazionali sono legate le scelte di
politica interna ed estera delle maggiori e minori potenze capitalistiche
mondiali con rispettivi eserciti.
La prima cosa da valutare brevemente é un fatto storico: globalizzazione e
multinazionali non sono una specificità degli anni Ô90 ma hanno caratteri
visibili già a partire dalla seconda metà del 1800 in quanto sono entrambi due
aspetti, il primo di tendenza ed il secondo di organizzazione economica, dello
sviluppo capitalistico.
L'interdipendenza tra gli stati e le economie nazionali, la divisione
internazionale del lavoro, lo sviluppo conseguente delle comunicazioni sono
fenomeni che già avevano individuato Marx ed Engels nel 1848:
"...Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la
produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha
tolto all'industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono
state e vengono (...) soppiantate da nuove industrie (...) che non lavorano più
materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più
remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le
parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i
prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono
i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell'antico isolamento
locale e nazionale, per cui ogni pese bastava a se stesso, subentra un traffico
universale, una universale dipendenza delle nazioni l'una dall'altra..."
(K.Marx-F.Engels, Manifesto del Partito Comunista)
Rispetto ad allora questo processo di “globalizzazione” si é semplicemente
esteso e propagato pressoché su tutto il globo attraverso un susseguirsi di
grandi mutamenti tecnico-scientifici e di guerre di conquista.
Le prime multinazionali si formano tra la fine del 1800 ed i primi anni di
questo secolo (ad esempio: la Standard Oil negli anni '70 e la United Fruits
negli '80). Da allora le imprese multinazionali hanno occupato tutti i settori
cruciali della produzione (materiale ed "immateriale"):
agro-alimentare, trasporti, informatica, servizi, energia, militare ed
aerospaziale, ecc.
Alcune di queste imprese arrivano ad avere fatturati annuali superiori o vicini
al Prodotto interno lordo di molti stati (tabella 1).
Il loro smisurato potere, la dittatura che esse esercitano sulla vita di milioni
di uomini e donne é data principalmente dalla loro possibilità di dislocare la
produzione ovunque. Ciò significa che i "padroni multinazionali",
rispetto alla "classe lavoratrice multinazionale", hanno un vantaggio,
un modo d’agire e di pensare internazionale.
Il consiglio di amministrazione valuta se la situazione rispetto alle
concorrenti é peggiorata, se i profitti non sono abbastanza ultra-miliardari,
se in un impianto la combattività operaia é preoccupante.
Le misure adottate sono spesso le seguenti:
-dismissione di impianti ritenuti non sufficientemente produttivi (e chi paga
sono i lavoratori buttati sulla strada);
-aumento dei ritmi, introduzione di ciclo continuo, perché per recuperare la
produzione dismessa da un impianto bisogna trasferirla su di un altro (aumento
dei ritmi per i lavoratori);
-l’attuazione della"guerra tra poveri", per mezzo di alcune delle
maggiori centrali sindacali (nel caso italiano: CGIL-CISL-UIL) mettendo in
competizione i lavoratori di un impianto in un Paese con quelli di un altro
Paese;
-la pratica (secolare) di fare uso di schiavitù o semi-schiavitù. Oggi questa
infamia é semplicemente velata da una ipocrisia: può non essere più la
multinazionale a frustare o sopprimere i suoi schiavi, ci pensano quelle imprese
medie o piccole che dalla multinazionale hanno ricevuto l’appalto o il
sub-appalto.
Queste sono solo alcune delle più evidenti tattiche che le multinazionali
mettono in atto. Ma dobbiamo renderci conto che questi mostri capitalisti devono
gestire e "difendere" fatturati simili o maggiori ad un bilancio
statale vero e proprio.
Perciò, oltre alle violenze già descritte, si servono degli apparati statali
come esercito, servizi segreti, ceto politico-diplomatico per suscitare guerre
in tutto il mondo. In Africa, ad esempio, si confrontano direttamente gli
interessi di multinazionali francesi, inglesi e americane. I massacri di civili
(noti e meno noti) che in questo continente si consumano sono un’eredità
della dominazione coloniale occidentale, sono guerre tra multinazionali
concorrenti che queste fanno però combattere ai popoli africani utilizzando la
dottrina della guerra a bassa intensità.
Un piccolo esempio, italiano, di questa situazione é la politica reazionaria
che l'AGIP (multinazionale petrolifera di bandiera) adotta in Nigeria: secondo
quanto denunciato da un avvocato nigeriano, Oronto Douglas, l'AGIP utilizza i
militari per sedare le proteste della popolazione locale, come lo scorso 20
aprile, quando un distaccamento dell'esercito nigeriano ha riaperto i pozzi
petroliferi bloccati da una protesta uccidendo 8 persone (l'attività dei pozzi
in questione sta distruggendo la fauna ittica delle acque del delta del Niger
sulla quale é basato il sostentamento delle popolazioni locali).
Tuttavia sarebbe un errore credere che la responsabilità di tutto ciò sia
delle multinazionali in quanto tali, con ciò supponendo che il capitalismo
possa, senza di esse, cambiare volto. Da almeno un secolo le multinazionali sono
uno dei pilastri del capitalismo stesso, sono lo sviluppo necessario di una
società fondata religiosamente sulla massimizzazione del profitto. Alcune cose
sono certo cambiate: da espressione della politica di potenza degli stati, le
multinazionali hanno trasformato gli stati in strumenti della propria politica
di potenza. Lungi dall’essere in crisi, come spesso si sente vanamente
affermare, gli stati borghesi rivestono ancora un ruolo importante (più o meno
sempre lo stesso): servire direttamente gli interessi e le esigenze delle classi
padronali, mettere al servizio di queste il proprio apparato repressivo interno
(polizia, polizia politica) ed esterno (esercito, servizi segreti), il proprio
ceto politico e diplomatico per garantire accordi commerciali e di investimento
favorevoli.
L’esperienza dei governi social-democratici o di centro-sinistra in Europa
(come per la Turchia il partito social-democratico di Ecevit) hanno ampiamente
dimostrato che i governi di uno stato borghese, indipendentemente dal segno
politico (reale o dichiarato), devono servire l’interesse nazionale delle
classi padronali:
"...E' con piacere che presento agli operatori economici italiani il quadro
riassuntivo sulle "Attività promozionali 1999" per
l'internazionalizzazione del Sistema Italia, predisposto dall'ICE (Istituto per
il Commercio Estero, ndr) sulla base delle linee direttrici indicate dal
Ministero del Commercio Estero.
L'internazionalizzazione é cresciuta assumendo un peso sempre più rilevante
anche nell'economia italiana. Il nostro paese é oggi il 6¡ esportatore su
scala mondiale e il 10¡ per investimenti diretti all'estero. Sono quasi 200.000
le imprese italiane che esportano o producono sui mercati esteri (...) Decisiva
é, dunque, una "strategia di sistema" che accompagni e sostenga le
imprese nell'accesso ai mercati, nella promozione commerciale, nella politica di
investimenti, nei rapporti con le istituzioni finanziarie internazionali. Nella
globalizzazione, infatti, la competizione non é solo tra singole imprese ma
anche -e sempre più- tra sistemi Ed é perciò essenziale che anche le imprese
italiane possano avvalersi di un efficiente "Sistema-Paese". Entro
questa logica di sistema si colloca il Programma promozionale ICE, che
rappresenta un insieme articolato di azioni di marketing internazionale (...)
Uno strumento che mira a favorire il processo di internazionalizzazione del
nostro sistema imprenditoriale sia attraverso operazioni di "scouting"
nei mercati nuovi e più complessi (da leggere: neo-colonie o paesi appena
usciti da qualche guerra, ndr), sia con il consolidamento e l'acquisizione di
ulteriori quote di mercato nelle aree economicamente più evolute (...) Il
programma promozionale (...) vuole essere un contributo allo sforzo intrapreso
dal sistema produttivo italiano per rispondere ai mutamenti degli scenari
geopolitici e di mercato ed alle sfide sempre più pressanti della
globalizzazione..."
(Piero Fassino, ministro italiano del commercio con l'estero, tratto
dall'opuscolo "Programma delle attività promozionali 1999, Istituto
nazionale per il Commercio Estero)
Il ministro Fassino, pur mascherando linguisticamente i reali contenuti del
discorso, ci conferma in modo plateale il ruolo degli stati rispetto alle
proprie imprese piccole, medie e multinazionali "...che esportano o
producono sui mercati esteri...".
Oltre al livello "promozionale-diplomatico" di cui si parla nel
passaggio citato, l'Italia sta approntando un Nuovo Modello di Difesa (N.M.D)
-da legare allo sviluppo dell'industria bellica nazionale- affinché anche le
forze armate possano svolgere efficacemente una funzione di "sostegno e
promozione" degli interessi nazionali all'estero. Il progetto per il N.M.D
é stato presentato nel 1991 alle commissioni difesa di camera e senato
dall'allora ministro della difesa Rognoni (governo Andreotti); l'attuazione
definitiva del progetto di professionalizzazione delle forze armate italiane
avverrà entro 5-6 anni:
"...l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq e la successiva operazione
congiunta condotta dalle forze di una vasta Coalizione internazionale hanno
ricordato come per la difesa degli interessi nazionali (in quel caso, la
possibilità di accesso alle riserve petrolifere locali) possa diventare
necessario mettere in campo uno schieramento ad alta potenzialità
bellica..."
(da "Esercito 2000" -supplemento al numero 156 di Panorama Difesa-,
luglio 98, pag. 7).
Le parole del ministro Fassino e le ciniche conclusioni di una rivista
specializzata vicina agli ambienti militari, definiscono a chiare lettere quali
siano gli interessi nazionali della borghesia.
I lavoratori invece non hanno nessun oggettivo "interesse nazionale",
i loro interessi varcano le frontiere, la loro organizzazione pure. Questo é il
respiro internazionalista che piano, piano si sta riaffacciando sulla storia e
che le imprese multinazionali, loro malgrado, portano con sé. La coscienza di
questa unità internazionale e di classe timidamente riaffiora e questa
commissione, che ci auguriamo possa diventare sessione permanente di
collegamento e lavoro comune, potrà diventare uno dei motori della rinascita
necessaria dell'internazionalismo, della fratellanza e della solidarietà nella
lotta.
In Italia, su 10.000.000 di lavoratori nel settore privato, circa 500.000 sono
dipendenti di società multinazionali straniere: nel nostro paese, la sorte di
un lavoratore su 20 nel settore privato dipende da consigli di amministrazione
ubicati all'estero; allo stesso modo la sorte di oltre 500.000 lavoratori
stranieri dipende dai consigli di amministrazione di società multinazionali
italiane.
Quando nell'esperienza dei lavoratori la multinazionale appare per quello che é,
cioé un dispositivo produttivo dispotico in grado di minacciare i suoi
dipendenti mettendoli gli uni contro gli altri; quando dal loro posto nella
piccola fabbrica come nel grande impianto just in time, riescono a ricostruire
ed immaginarsi i fili (di classe) che li legano agli altri dipendenti negli
altri paesi, e tutti i passaggi che li legano allo stesso consiglio di
amministrazione, forse allora si apre una crepa in uno dei paradigmi portanti di
questo periodo di fine-inizio secolo.
Le multinazionali, che controllano i punti nevralgici della produzione e dello
sviluppo capitalistico, sono fortezze inespugnabili se si trovano di fronte
grossi sindacati burocratizzati, venduti e "nazionalizzati" come
quelli italiani sopraccitati; ma sono dei grandi castelli di carta pesta se di
fronte si trovano schierate coscienze e organizzazioni internazionaliste. Niente
di nuovo l'internazionalismo, e tuttavia niente di più attuale e progredito.
L'ACCORDO MULTILATERALE SUGLI
INVESTIMENTI.
L'Accordo
Multilaterale sugli Investimenti (Multilateral Agreement on Investments-M.A.I),
fu inizialmente presentato nel dicembre 1996 a Singapore all'interno di una
conferenza interministeriale della Organizzazione Mondiale per il Commercio
(World Trade Organization-W.T.O) alla quale aderiscono circa 180 paesi. A
Singapore 15 paesi del sud del mondo, membri della W.T.O, si oppongono
fermamente al M.A.I; i negoziati vengono allora spostati a Parigi, presso la
sede della Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (O.S.C.E).
Tutt'ora tale accordo continua ad essere discusso a Parigi.
L'O.S.C.E rappresenta 29 paesi tra i più ricchi al mondo che sono la
madrepatria del 95% delle 500 più potenti società multinazionali del globo.
Questi paesi sono:
Stati Uniti d'America, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone,
Austria, Australia, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia,
Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia, Corea del Sud, Lussemburgo, Messico, Nuova
Zelanda, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera,
Turchia.
I negoziati per la stesura definitiva del M.A.I avrebbero dovuto terminare entro
il 1998, in realtà tali negoziati sono ancora in atto.
Una volta completato, il M.A.I sarà sottoposto all'approvazione del Congresso
degli Stati Uniti e dei parlamenti degli altri paesi membri dell'O.S.C.E per
essere poi ratificato dalla W.T.O.
Il M.A.I é un nuovo trattato economico internazionale pensato per consentire la
totale libertà di movimento del capitale finanziario e produttivo di singoli
capitalisti o di società multinazionali attraverso i confini internazionali. Il
M.A.I adotta ed amplifica le condizioni di investimento del N.A.F.T.A (North
American Free Trade Agreement) per estenderle a livello mondiale:
"...we are writing the constitution of a single global economy...(Noi
stiamo scrivendo la costituzione di un unica economia globale)"
Renato Ruggiero, direttore generale della W.T.O
Attualmente chi partecipa ai negoziati per la stesura del M.A.I sono
rappresentanti di società multinazionali, associazioni di industriali e
finanzieri (come le statunitensi U.S. Council for International Businnes e la
National Association of Manufacturers) e rappresentanti dei governi dei paesi
O.S.C.E.
I paesi firmatari dovranno sottostare alle seguenti disposizioni:
1-Apertura al capitale straniero di tutti i settori economici: statale,
comunicazioni, risorse naturali, ecc.;
2-trattare gli investitori stranieri allo stesso modo delle imprese nazionali;
3-eliminare tutti i vincoli imposti agli investitori in cambio dell'accesso al
mercato interno;
4-eliminare ogni restrizione al movimento di capitale;
5-indennizzare totalmente gli investitori quando i loro beni siano espropriati o
danneggiati dall'eventuale introduzione di regolamentazioni e leggi o
dall'esplosione di guerre civili, sommosse, ecc.;
6-accettare di essere portati di fronte ad una corte internazionale nel momento
in cui gli investitori ritengano di essere stati danneggiati da una violazione
del M.A.I;
7-assicurare che gli stati e le regioni rispettino il MA.I.
Per farsi un'idea precisa della portata di questo accordo sarà sufficiente
riportare, come piccolo esempio, la causa Ethyl-governo Canadese: La
multinazionale chimica Ethyl, con sede negli Stati Uniti, riferendosi alle
clausole dell'Accordo Nordamericano sul Libero Scambio (N.A.F.T.A), ha richiesto
un indennizzo di 251 milioni di dollari (circa 4,5 miliardi di lire) al governo
canadese. Questo il prezzo che il governo canadese dovrà pagare (in realtà lo
pagheranno i lavoratori) per avere proibito, nell'aprile 1997, l'impiego di un
additivo per la benzina, il Mmt -una neurotossina-, di cui la Ethyl é unico
produttore.
Potranno essere considerati come "espropri" e quindi come violazioni
aperte delle clausole M.A.I tutte le leggi che regolamentano in qualche modo
l'attività industriale-estrattiva (quote occupazionali, diritti sindacali,
emissioni nocive, ecc.) come pure le attività finanziarie e di credito.
Saranno considerate come violazioni delle clausole M.A.I anche eventuali forme
di incentivazione dirette verso settori produttivi considerati in pericolo
cos“ come una riforma agraria.
Sempre restando all'interno del N.A.F.T.A (un M.A.I "in miniatura") é
opportuno segnalare come il governo messicano di Carlos Salinas De Gortari, per
entrare nel N.A.F.T.A, abbia dovuto sopprimere ogni traccia di riforma agraria
conquistata dalla rivoluzione in quanto questa difendeva la proprietà
comunitaria e collettiva della terra (situazione che consentiva alle comunità
rurali di provvedere alla propria sussistenza). Una volta spazzata via la
proprietà collettiva si sono costituiti piccoli appezzamenti privati; in questo
modo i piccoli proprietari si sono ritrovati incapaci di resistere alla
pressione del latifondo e delle multinazionali agroalimentari straniere.
LE SOCIETA' MULTINAZIONALI E LO
STATO, CONFLITTO O INTEGRAZIONE?
Il governo della
Corea del Sud firmò il 3 dicembre 1997 un accordo con il Fondo Monetario
Internazionale (F.M.I) e la Banca Mondiale (B.M) per ricevere un prestito di 55
miliardi di dollari (più del doppio del prestito "offerto" al Messico
nel 1995), di cui 21 miliardi dal F.M.I, 4 dall'Asian Development Bank, 10 dalla
B.M, i rimanenti 20 miliardi direttamente da Stati Uniti(5), Giappone(5), Gran
Bretagna, Francia, Germania, Canada e Australia. Il costo sociale del prestito
per i lavoratori ed il popolo sud-coreano fu altissimo:
aumento della pressione fiscale, riduzione delle spese (pubbliche), aumento
della flessibilità del mercato del lavoro, aumento della possibilità di
ingresso nel paese per le imprese straniere (dal 26% al 55%), detassazione delle
importazioni e taglio dei crediti alle esportazioni.
Questo intervento (il più enorme in assoluto), ha sottomesso la Corea del Sud
al già ampiamente collaudato giogo del pagamento degli interessi sul prestito
ricevuto. Questo é uno dei modi attraverso cui gli stati tecnologicamente e
finanziariamente avanzati riescono a distruggere i "nuovi
concorrenti": prima viene fatta esplodere una bolla finanziaria che mette
in ginocchio la borsa ed il sistema creditizio poi si interviene con le
istituzioni di credito internazionali (F.M.I e B.M, appunto).
Non é di secondaria importanza segnalare come alcuni singoli stati, a titolo
esclusivamente nazionale, abbiano contribuito DIRETTAMENTE al prestito in
questione per garantirsi in questo modo un certo privilegio dei propri
"interessi nazionali" rispetto a quelli di quei governi che questo
contributo non hanno versato. A conferma di ciò basti pensare che le società
multinazionali statunitensi sono quelle che hanno tratto maggiore beneficio da
quella crisi acquisendo un grande numero di società asiatiche (coreane,
tailandesi, ecc.). Il valore delle società multinazionali statunitensi é
lievitato così dal 45% al 53,7% del valore totale delle principali 1.000 società
multinazionali del mondo.
E' evidente quindi che non ci troviamo di fronte ad una tendenza alla crisi
dello stato in generale, cioé al suo senso d'esistere.
Da una parte assistiamo ad una perdita di indipendenza da parte di alcuni stati
a causa di penetrazioni economiche o militari di altri stati imperialisti o
gruppi di stati riuniti in organizzazioni internazionali; dall'altra lo stato,
in generale, sempre più diventa esclusiva funzione degli interessi borghesi,
riducendo sino a farle scomparire le vecchie funzioni di minima redistribuzione
del reddito e ricomposizione dei conflitti di classe. Con l'ondata di
privatizzazioni che ha coinvolto in questo ultimo ventennio pressoché tutti gli
stati del mondo, é evidente come le uniche "funzioni sociali" che il
settore pubblico intende gestire sono polizia, esercito e sistema giudiziario (e
la società nord americana, paradigma di capitalismo e democrazia borghese, ne
é una tragica dimostrazione a cielo aperto).
Sempre più, i pezzi più forti del capitalismo mondiale, cioé le società
multinazionali, utilizzano gli stati per la propria espansione
produttivo-mercantile; sempre più cioé si sta consolidando un sistema più o
meno integrato multinazionali-stato attraverso l'obbedienza, la corruzione e
l'accondiscendenza dei ceti politici governanti.
Nonostante i capitali spesso presentino basi e convergenze tutt'altro che
"nazionali", é anche chiaro come il potere di penetrazione e
conquista di mercati e di leggi favorevoli -da parte di una multinazionale od un
gruppo di multinazionali- sia determinato dal livello di potere
diplomatico-politico-militare che il proprio stato di riferimento (o
"sistema-paese, per dirla con Fassino) esercita a livello mondiale; il
sopraccitato caso sud-coreano é emblematico.
Tutt'altro che in crisi, lo stato borghese é quindi un sistema amministrativo e
di controllo di cui le società multinazionali necessitano; esso infatti svolge
tutte quelle funzioni (per citarne solo alcune) che i capitalisti non possono o
preferiscono non svolgere direttamente:
-controlla e regola la pressione fiscale sulla popolazione e sui lavoratori
necessaria per svolgere tutte le sue funzioni cos“ come per recuperare i costi
di una guerra imperialista o, ad esempio, gli indennizzi previsti da accordi
come N.A.F.T.A o M.A.I;
-controlla e amministra "l'ordine pubblico" e la difesa della proprietà
privata;
-gestisce o finanzia la formazione e l'istruzione della forza-lavoro (quasi
totalmente controllate da programmi o da istituti che esprimono chiaramente gli
interessi dei circoli capitalisti);
-finanzia l'infrastrutturazione del territorio;
-finanzia la ricerca scientifica ad uso pressoché privato;
-offre servizi di promozione e pressione diplomatico-politica internazionale per
le imprese nazionali;
-mantiene e organizza l'esercito in modo da assicurare, ove sia necessario, il
rifornimento energetico e di materie prime, il ripristino o l'apertura di una
penetrazione economica nazionale in paesi terzi, la difesa -in generale- di
interessi nazionali, la repressione interna ove le forze di polizia regolari non
siano sufficienti;
-rimane l'unico soggetto giuridico in grado di firmare accordi internazionali
(come il M.A.I appunto), di adeguare le proprie leggi interne a tali accordi, di
assicurare territorialmente il rispetto di tali accordi, di rappresentare (ed
eventualmente fare prevalere) gli interessi nazionali in sede di organismi
internazionali come F.M.I, B.M, W.T.O, O.N.U, ecc...
In generale, soprattutto sul piano delle potenze imperialiste, possiamo quindi
dire che società multinazionali e stati borghesi, ovvero grande capitale e ceto
politico non sono sistemi in conflitto, ma costituiscono un unico sistema, più
o meno integrato a seconda dei casi, di repressione e controllo dei lavoratori e
dei popoli.
Questo micidiale sistema che produce morte, distruzione e fame in tutto il mondo
é un sistema che non si può riformare.
Dobbiamo lavorare strenuamente per diffondere la conoscenza e la coscienza di
tutto ciò tra i lavoratori di ogni settore, ripeterlo e continuare a ripeterlo,
propagandarlo; perché sino a che una coscienza internazionalista non si sarà
adeguatamente diffusa, finché i lavoratori (anche e soprattutto qui, nella
"cittadella occidentale") non riprenderanno a riconoscere e a lottare
per i propri interessi oggettivi, interessi di classe coincidenti con quelli di
dei loro colleghi di tutto il mondo, per ognuno di noi, per ognuna delle
organizzazioni qui presenti, per i popoli di cui facciamo parte sarà molto
difficile trionfare, modificare lo stato di cose presenti e resistere alla furia
degli assalti imperialisti.
Abbiamo oltre un secolo di storia di cui fare tesoro (con il patrimonio di
grandi vittorie e grandi errori che ciò comporta), e questo, per tutti noi, é
un vantaggio.
I partigiani ed i rivoluzionari del 2000, rispetto ai loro nonni o bis-nonni,
hanno il vantaggio di non essere i primi, hanno il vantaggio che deriva dal
poter guardare alle esperienze passate.
Oggi e nei giorni a venire possiamo concentrare i nostri sforzi di analisi e di
lotta sul presente, sull'oggi, sull'attualità di uno sfruttamento
generalizzato, smisurato e crudele che non ha precedenti nella storia
dell'umanità.
tabella 1
Comparazione tra il fatturato di alcune tra le più potenti società
multinazionali con i P.I.L di alcune nazioni (in miliardi di dollari). Dati
relativi al 1996. Fonti: Stato del Mondo 1998/Businnes Week Global 1000, luglio
1997
|
STATO – AZIENDA
|
PIL - FATTURATO
|
|
U.S.A
|
7.263,200
|
|
GIAPPONE
|
4.597,200
|
|
GERMANIA
|
2.360,800
|
|
FRANCIA
|
1.548,200
|
|
ITALIA
|
1.203,300
|
|
GRAN BRETAGNA
|
1.135,000
|
|
BRASILE
|
766,500
|
|
CINA
|
744,900
|
|
FED.RUSSA
|
331,900
|
|
GENERAL MOTORS
|
164,069
|
|
NORVEGIA
|
156,100
|
|
FORD MOTOR
|
146,991
|
|
MITSUBISHI Corp.
|
135,502
|
|
ARABIA SAUDITA
|
135,247
|
|
POLONIA
|
135,129
|
|
ROYAL/SHELL
|
134,281
|
|
REP.SUDAFRICANA
|
126,300
|
|
GRECIA
|
122,900
|
|
EXXON
|
116,728
|
|
TOYOTA
|
105,037
|
|
ISRAELE
|
95,100
|
|
COLOMBIA
|
86,961
|
|
FILIPPINE
|
83,524
|
|
GENERAL ELECTRIC
|
79,179
|
|
IBM
|
75,947
|
|
NIPPON TNT
|
75,689
|
|
BRITISH
PETROLEUM
|
73,180
|
|
HITACHI Ltd.
|
73,114
|
|
CILE
|
71,910
|
|
MOBIL
|
71,129
|
|
EGITTO
|
67,400
|
|
IRAN
|
63,700
|
|
VOLKSWAGEN
|
58,704
|
|
SIEMENS
|
55,220
|
|
PHILIP MORRIS
|
54,553
|
|
AT&T
|
52,184
|
|
HONDA MOTOR
|
46,396
|
|
FIAT
|
46,105
|
|
TEXACO
|
45,500
|
|
NESTLE'
|
42,760
|
|
EMIRATI ARABI
|
41,814
|
|
SONY
|
39,411
|
|